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Noto intellettuale di sinistra spiega gli errori del punto di vista anti-israeliano, che egli stesso in passato contribuì a diffondere

Nathan Weinstock su Marx, il conflitto arabo-israeliano, e la pigrizia intellettuale

Traduzione dal francese e dall'inglese di Samantha Criscione
[30 settembre 2004]

Traduzione inglese di Colin Meade del 9 novembre 2003

Traduzione tedesca di Jost Lang del 15 gennaio 2004

L'indice dei principali articoli di Emperor's Clothes sul conflitto arabo-israeliano e sull'antisemitismo è alla pagina
http://emperors-clothes.com/antisem.htm

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I. Introduzione
di Jared Israel

II. Storie di cani
di Nathan Weinstock
Il saggio del 2003 pubblicato sulla Revue d'Histoire de la Shoah

III. Lettera di Nathan Weinstock alla Metula News Agency
Weinstock spiega di rifiutare l'antisemitismo della sinistra cosiddetta antimperialista e di avere vietato la riedizione di
Le Sionisme contre Israël [tr. it., Storia del sionismo, Samonà e Savelli, 1970]

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I. Introduzione

"[...] credo di dover precisare che io mi dissocio formalmente ed esplicitamente da tutte codeste pseudo-analisi che tendono, direttamente o indirettamente, a giustificare (chiamiamo le cose con il loro nome) la liquidazione di Israele, accettando, in maniera implicita e 'accessoria', quella degli israeliani stessi."
-- Nathan Weinstock nella lettera riprodotta in calce.

Il libro di Nathan Weinstock del 1969, Le Sionisme contre Israël [Il Sionismo contro Israele] (il titolo venne tradotto in inglese nel 1979 in maniera fuorviante come Zionism: False Messiah [Sionismo, il falso messia]), fu citato per anni come giustificazione accademica per gli attacchi contro Israele. Ora Weinstock ha ripudiato l'idea che l'ostilità araba a Israele sia radicata in un desiderio di Liberazione Nazionale.

Nel 2003 ricevemmo una email da un lettore belga, il signor Grunchard, che spiegava che Nathan Weinstock ha "totalmente cambiato la sua posizione." Grunchard gentilmente allegava il testo di un saggio, nel quale Weinstock discute le sue mutate opinioni, e una lettera nella quale riporta di avere istruito il suo editore di non ripubblicare Le Sionisme contre Israël, che uscì nel 1969 e che rimane uno dei testi-fonte del movimento anti-Israele. 

Il saggio di Weinstock, "Storie di cani", e la sua lettera sono state tradotte dall'originale francese da Samantha Criscione. Sicché, grazie alla collaborazione internazionale, siamo in grado di presentarvi questi testi per la vostra informazione.

Nathan Weinstock ha scritto un libro sullo stesso soggetto, intitolato Histoire de chiens. La dhimmitude dans le conflict israélo-palestinien [Storia di cani. La dhimmitudine nel conflitto israelo-palestinese] (Mille et Une Nuits, Paris 2004). Può essere acquistato alla pagina http://tinyurl.com/cyzpw oppure http://tinyurl.com/2ou6x4

-- Jared Israel
Caporedattore, Emperor's Clothes

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II. Storie di cani
di Nathan Weinstock

Saggio pubblicato sulla Revue d'Histoire de la Shoah
Il testo originale francese può essere letto alla pagina
http://www.amitiesquebec-israel.org/textes/chiens.htm
2 giugno 2003

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Ci fu un tempo in cui era d'uopo infarcire ogni testo con un arsenale di citazioni attinte dall'opera di Marx. Ciò è passato di moda. E per fortuna, poiché  questa maniera di condire tutto in maniera sbrigativa con la salsa del maestro non faceva veramente onore alla sua memoria. Tuttavia, non vi è bisogno di essere idolatri di Marx per riconoscere in lui un pensatore acuto e un analista sottile dei conflitti sociali e politici. Sicché, in fin dei conti, perché non abbordare il tema del conflitto arabo-israeliano a partire da un'osservazione marxiana?

Karl Marx, è risaputo, non provava alcun sentimento di tenerezza per la sua comunità di origine. Dal suo saggio sulla Questione ebraica, redatto nel 1843, traspira un antiebraismo talmente aggressivo, che gli antisemiti austriaci del diciannovesimo secolo si dilettarono a ripubblicarlo per confondere le idee ai suoi discepoli. E nel carteggio con Engels, parlando dei suoi avversari di origine ebraica, Marx utilizza espressioni, che, se usate oggi, lo farebbero finire in tribunale. Eppure, in un articolo del 1854 [1], Marx prese in analisi le sorti degli ebrei suoi contemporanei abitanti in Terra Santa. Curiosamente, questo è il solo testo, nel quale egli manifesta una certa simpatia nei confronti dei suoi.

Leggiamo, dunque, l'articolo di Marx consacrato agli ebrei di Gerusalemme:

[inizio della citazione di Marx]

"I mussulmani, che costituiscono circa un quarto della popolazione complessiva, composta da turchi, arabi e mori, la fanno, ovviamente, da padroni sotto ogni punto di vista, poiché essi non risentono affatto della debolezza del loro governo a Costantinopoli. Niente può eguagliare la miseria e la sofferenza degli ebrei di Gerusalemme, i quali abitano il più infimo quartiere della città, chiamato hareth el yahoud, un quartiere pieno di immondizia tra il monte Sion e il Moriah, dove sono situate le loro sinagoghe - gli ebrei sono costantemente fatti oggetto di oppressione e di intolleranza da parte dei mussulmani, sono presi a insulti dai greci, perseguitati dai latini, e vivono  dell'elemosina dei loro confratelli europei. Gli ebrei, tuttavia, non sono indigeni, bensí provengono da differenti e lontani terre, attratti a Gerusalemme unicamente dal desiderio di abitare nella valle di Giosafat, e di morire nel luogo da cui ci si aspetta verrà il redentore. Come dice un autore francese [2], "Aspettando la morte, essi soffrono e pregano. Lo sguardo rivolto al monte Moriah, dove un tempo sorgeva il Tempio del Libano [di Salomone], e al quale non osano avvicinarsi, gli ebrei versano lacrime sulle sfortune di Sion, e sulla loro diaspora nel mondo".[3]

[fine della citazione da Marx]

Incidentalmente Marx ci informa che la popolazone della città di Gerusalemme raggiungeva le 15.500 anime, di cui 8000 ebrei e 4000 mussulmani (arabi, turchi e mori).

[...] le sue parole sono confermate da tutti gli osservatori dell'epoca. Tralasciamo le inchieste dell'Alliance Israélite Universelle, di cui un lettore sospettoso potrebbe metter in dubbio l'obiettività. E rivolgiamo, invece, la nostra attenzione ai viaggiatori cattolici, autori di guide destinate ai pellegrini diretti in Terra Santa. Queste descrizioni edificanti, infatti, si concludevano immancabilmente con la contemplazione dello spettacolo - al contempo istruttivo e straziante - degli ebrei disprezzati, posti al più infimo gradino della miseria. Irrigiditi in preghiera davanti al "muro del pianto", essi costituivano un quadro vivente della sconfitta del "popolo deicida". E allo scopo di mettere ancora più in risalto questa apoteosi, si aveva del resto la premura di inserire nel programma , prima di arrivare a quest'ultima tappa, una visita al quartiere ebraico:

«Si tratta di gran lunga della parte più buia e malsana dell'intera città [...] l'aspetto miserabile degli abitanti e la fisionomia laida di questo quartiere fanno sì che nell'attraversarlo ci venga costantemente ricordata la maledizione di Dio che pesa in maniera così evidente sui figli di Israele.» [4]

Torniamo al ritratto tracciato da Marx degli ebrei di Gerusalemme. 

Quali informazioni ci fornisce? 

· Che gli ebrei  «abitano il più infimo quartiere della città», un  «quartiere pieno di immondizia».

· Che essi [sono] «costantemente fatti oggetto di oppressione e di intolleranza da parte dei mussulmani» (senza che per questo vengano loro risparmiati gli insulti dei greci e le persecuzioni dei latini).

· Che a quest'epoca gli ebrei di Gerusalemme non erano autoctoni (infatti, a partire dalla fine del XVIII secolo la popolazione ebraica della città e dell'intero paese aveva continuato a crescere grazie all'aggiunta di nuovi venuti provenienti dall'impero ottomano e altrove) e che essi attendevano la morte pregando per la redenzione. 

[inizio del commento di Jared Israel]

[Nota del caporedattore: Il paragrafo di cui sopra è contraddittorio, oppure vi è un errore tipografico nel testo originale francese (la traduzione è corretta). Ci tengo a sottolineare questo, perché si tratta di un dato importante: la polemica anti-israeliana si fonda sulla nozione che gli ebrei sarebbero "estranei" o "colonizzatori", stranieri in Medio Oriente.

1) Weinstock sostiene che fino al 1853 la popolazione ebraica di Gerusalemme aveva continuato a crescere in maniera costante a partire dalla fine del XVIII secolo - vale a dire per cinque decadi o più. Ciò significa, dunque, che vi era una popolazione ebraica autoctona a Gerusalemme per lo meno da prima del 1800 - cioè, un secolo prima del 1° congresso sionista del 1897.

2) Weinstock sostiene che gli immigrati ebrei provenivano dall'interno dell'impero ottomano e da altre parti. Coloro i quali provenivano dall'interno dell'impero erano, dunque, migranti all'interno dei confini del medesimo Stato. Ovviamente anche i mussulmani migravano all'interno dei confini dell'impero ottomano. Nessuno di questi migranti, ebrei o mussulmani, può essere considerato colono, o addirittura immigrante, però è soltanto a proposito degli ebrei che si usa dire "non erano autoctoni". Weinstock stesso tratta di quest'argomento più oltre.

3) E consideriamo, inoltre, che nel 1854, quarantatre anni prima del 1° congresso sionista di Basilea, Marx, che era ostile nei confronti degli ebrei, scriveva che a Gerusalemme già vivevano il doppio di ebrei rispetto ai mussulmani. Il doppio!

E, secondo quanto scrive Marx, gli ebrei erano là, perché la loro passione per Gerusalemme era così grande da far loro superare l'orrore per il modo in cui venivano trattati: "[...] costantemente fatti oggetto di oppressione e di intolleranza da parte dei mussulmani, sono presi a insulti dai greci, perseguitati dai latini [...]".

[fine del commento di Jared Israel]

Ciò che Marx ha descritto qui - e che tutti gli osservatori dell'epoca constatano insieme con lui - è, molto semplicemente, che gli ebrei di Gerusalemme (così come tutti gli altri ebrei di quella che si è soliti definire "Terra Santa", e come è di norma nell'intero mondo mussulmano) erano costretti a uno statuto di avvilimento strutturale e intrinsecamente discriminatorio, lo statuto di «dhimmi».

Codesta condizione di soggetto «protetto», alla mercé del potere mussulmano, è il regime pieno di umiliazione che la shariah (legge religiosa islamica) impone alle minoranze del Libro. Essa si applica, dunque, in egual misura ai cristiani del mondo mussulmano, ció che non ha mai impedito a questi ultimi di manifestare un antisemitismo virulento. Ciò accade come se essi attingessero dalla tradizione di antigiudaismo delle chiese cristiane una compensazione psicologica che permette loro di consolarsi delle umiliazioni quotidiane, prendendosela a loro volta con i paria situati ancora più in basso di loro nella scala sociale. È così che nel 1847, prendendo senza dubbio inspirazione dall'affare di Damasco [A], i cristiani ortodossi di Gerusalemme lanciarono l'accusa di «crimine rituale» contro i loro concittadini ebrei.[5]

Niente meglio del caso dello Yemen mostra la condizione di degrado dei dhimmi. In questo paese ogni uomo porta alla cintura un pugnale dalla lama ricurva. Tuttavia, agli ebrei è fatto divieto di portare il pugnale, ciò che illustra in maniera simbolica il modo in cui l'ebreo viene considerato dai mussulmani: come un essere inferiore. Questo statuto di avvilimento imponeva ai dhimmi una discriminazione nell'abbigliamento, vietava loro di montare animali nobili (cavallo e cammello), li obbligava a cedere il passo a tutti i mussulmani, sui quali, evidentemente, essi non potevano esercitare alcuna autorità, li obbligava al pagamento di tributi speciali (kharaj e jizya) e a ulteriori tasse, senza peraltro proteggerli dai continui attacchi della plebaglia.

Giacché la protezione offerta dallo statuto di dhimmi non metteva per questo il beneficiario al riparo dalle persecuzioni: così - per non fare riferimento che al Medio Oriente (ma analoghe osservazioni possono essere fatte per il Nord Africa e per l'insieme del mondo arabo-mussulmano) le sommosse di religione e i massacri contro i non mussulmani si succedettero nel 1850, nel 1856 e nel 1860, rispettivamente ad Aleppo, Nablus e Damasco. Gli ebrei di Gerusalemme, di Hebron, di Tiberiade e di Safed furono vittime per parte loro di razzie, rapine ed estorsioni lungo tutta la prima metà del secolo decimo nono [6]. Le condizioni di vita dei dhimmi migliorarono, tuttavia, a partire dal 1838-1840 con l'apertura dei consolati europei a Gerusalemme: in particolare, dopo la pubblicazione del firmano del sultano del 18 febbraio 1856, che accordava l'uguaglianza giuridica alle minoranze, i diplomatici esigettero di poterne beneficiare . Codesti interventi esterni, tuttavia, alimentarono una reazione di rifiuto, che fu appunto all'origine delle sanguinose esplosioni di odio interconfessionale contro i cristiani del Libano negli anni tra il 1853 e il 1860.

Se ci si ferma a riflettere sulla natura di codesta condizione di umiliazione strutturale inflitta ai dhimmi, il concetto che viene spontaneamente in mente per sussumere la loro condizione è quello di colonialismo. Infatti, la disumanizzazione imposta agli ebrei e ai cristiani nel loro complesso, in contrapposizione alla maggioranza dei mussulmani, ha come effetto di rendere questi ultimi - e ciò vale senza eccezione per ogni singolo membro della loro comunità, indipendentemente dalla sua posizione sociale - dei privilegiati rispetto alle minoranze. E questo corrisponde esattamente alla condizione di colonizzato, cosí come descritta da Albert Memmi [7]. Così, storicamente, questo colonialismo tanto screditato, di cui ci si compiace di denunciare i misfatti in Medio Oriente, non alberga forse sempre dove si pensava di scovarlo. Dal punto di vista fenomenologico, è giocoforza constatare che nel mondo arabo-mussulmano l'essere inferiore, il «cane», è in primo luogo l'ebreo.

Nell'utilizzare codesto linguaggio sono ben cosciente di andare incontro all'incomprensione, addirittura all'indignazione di molti mussulmani, dei quali non metto affatto in dubbio la sincerità. Essi vorranno ricordarmi che l'ebreo era un personaggio familiare sulla scena nordafricana o levantina, che molteplici legami uniscono gli ebrei ai loro vicini, che vi è stata, fino a un certo punto, una simbiosi tra le rispettive culture degli uni e degli altri. Constatazioni, queste, che, pur non essendo false, sono irremissibilmente viziate da un errore di prospettiva. Poiché - se mi è concessa un'analogia brutale - in ultima analisi questa prossimità di mussulmani ed ebrei è affine a quella che unisce il cavaliere alla sua cavalcatura: ed è l'ebreo che viene inforcato. La cecità dell'osservatore mussulmano a tale riguardo corrisponde esattamente a quella del colono che rimembra con emozione gli anni di duro lavoro passati accanto al suo «boy», senza riuscire a rendersi conto che i loro rapporti avvenivano sotto il segno della sottomissione. Insomma, è una percezone da sudista...  

La ragione per cui è necessario ricordare questa realtà è che essa non è affatto senza influenza sulla genesi e sulla percezione dello scontro che vedrà confrontarsi in «Terra Santa» i nuovi arrivati sionisti ai fellàh palestinesi. Per quanto poco si accetti di prendere le distanze dalle analisi superficiali e di diffidare dalle facili soluzioni del prêt-à-penser dominante [8], un esame critico delle origini dei contrasti che opposero la popolazione araba [9] allo jishuv [10] mostra che il primo conflitto di rilievo tra le due comunità fu perfettamente estraneo alla colonizzazione agricola, al problema delle acquisizioni fondiarie o al progetto sionista in quanto tale. La contestazione scoppiò in seguito alla decisione dei pionieri ebrei di Sejera nel 1908 di congedare le guardie circasse e di sostituirle con guardie ebraiche, al momento della costituzione della Hachomer ("Il guardiano"), l'organizzazione di guardie ebraiche fondata sul modello delle unità di autodifesa messe in piedi in Europa orientale per lottare contro i pogrom. D'ispirazione identica, del resto: non dipendere da alcuno per assicurare la propria sicurezza e organizzare la propria difesa. 

Inoltre, bisogna precisare a tal proposito, che codesta difesa era rivolta contro i Beduini predatori e i ladri di bestiame, i quali attaccavano indistintamente tutti gli abitanti dei villaggi, e non contro i contadini spossessati (fellàh). Ora è precisamente il congedo delle guardie circasse (le quali, ricordiamolo, non erano arabe) che ha cristallizzato il risentimento contro i coloni sionisti. Perché dunque? Per quale ragione gli abitanti dei villaggi arabi vicini si sentivano chiamati in causa da questo atto? La spiegazione è disgraziatamente semplice: un dhimmi è destinato a vivere sotto la protezione dei mussulmani. Con quale diritto pretenderebbe, dunque, di portare armi e di garantire la propria difesa, lui che è meno di un cane? Ciò vorrebbe dire disconoscere il proprio statuto di sottomissione.

L'origine dei tafferugli confessionali che scoppiarono a Giaffa nel 1908 tra arabi ed ebrei è poco chiara. Per contro, la motivazione che sottintende all'agitazione contro gli ebrei di Hebron tra il dicembre del 1908 e il gennaio del 1909 - e qui non si tratta di nuovi venuti, bensì della popolazione del vecchio jishuv, per altro ostile al sionismo - è chiara: come ha accertato Henry Laurens sulla base di documenti degli archivi consolari francesi, «la popolazione mussulmana è stata sollecitata a boicottare i commercainti ebrei per rimettere gli ebrei al loro posto». [11] Il fatto è che la popolazione conservatrice della città non apprezzava affatto la rivoluzione dei Giovani Turchi e le sue promesse di cittadinanza ottomana. Bisognava evitare che gli ebrei si mettessero in testa di essere uguali agli altri. Codesta «insolenza» degli ebrei rendeva necessario ricordare loro senza mezzi termini le regole della gerarchia confessionale: per rimettere i colonizzati al loro posto. A ciò si aggiungeva l'avvelenamento degli animi attraverso il mito della cospirazione ebraica e del complotto massonico, largamente intercambiabili, mito diffuso dall'antisemitismo europeo che si stava gradualmente propagando nel Vicino Oriente. Per il leader nazionalista Rachid Rida, per esempio, il comitato «Unione e Progresso» del movimento dei Giovani Turchi non era nient'altro che un'emanazione della potenza ebraica e massonica. Questi fantasmi hanno continuato ad acquisire sostanza sino ai nostri giorni grazie alla lettura assidua dei «Protocolli dei Saggi di Sion» e di altri florilegi del delirio giudeofobico occidentale.

Tuttavia, ciò che maggiormente colpisce, a giudicare dalle parole d'ordine utilizzate, è che le sommosse contro la comunità ebraica - ed è significativo che le aggressioni non fossero dirette unicamente contro i nuovi immigrati, ma parimente (e spesso soprattutto) contro il vecchio jishuv [che era] ben anteriore all'impresa sionista, come a Hebron per esempio, e all'occasione anche contro i Samaritani, che non sono nemmeno ebrei - non attingono la propria ragion d'essere dal risentimento generato da un'opposizione all'impresa sionista (acquisti fondiari, colonizzazione delle terre, politica di utilizzo esclusivo di manodopera ebraica). La retorica anticolonialista è, anzi, curiosamente assente dagli slogan gridati dalla folla. Questi non evocano l'aspirazione delle masse ad accedere all'indipendenza. Ancor meno è questione dei fellàh scacciati dalle loro terre. No: le sanguinose sommosse di Giaffa del primo maggio del 1921 si sviluppano al grido «Mussulmani, difendetevi, gli ebrei ammazzano le vostre mogli!» [12], vale a dire con l'invocazione di un archetipo classico dell'immaginario razzista, o sudista, che è esattamente l'equivalente mediorientale dell'ossessione espressa nella frase «giù le mani dalla donna bianca!». 

E il 2 novembre del 1921, nell'anniversario della Dichiarazione Balfour, quali sono gli slogan urlati a Gerusalemme [13] dai manifestanti armati di bastoni e di coltelli durante una ulteriore manifestazione cruenta diretta contro la popolazione ebraica?  Vi immaginate, forse, parole d'ordine che esprimano la volontà delle masse di accedere alla autodeterminazione o all'independenza? Niente affatto. La parola d'ordine è la seguente: «La Palestina è nostra, gli ebrei sono i nostri cani [14], la legge di Maometto è la spada e lo Stato non è che vanità» [15]. Piuttosto che una «presa di coscienza anti-imperialista», si tratta dell'affermazione del diritto imprescrittibile di ogni mussulmano («lo Stato non è che vanità») di imporre, se necessario con la spada, «la legge di Maometto» che vuole che «gli ebrei (siano) i loro cani».

Ecco quanto non si vuole sentire.

Per completare la dimostrazione, si rileverà che le esplosioni di odio che vanno a insanguinare la comunità ebraica nel corso degli anni venti del secolo scorso sono pricipalmente dirette, non contro le colonie rurali o i quartieri urbani creati dagli immigrati sionisti, bensì contro gli ebrei del vecchio jishuv. Ora, questa popolazione, del resto in parte arabofona, era radicata da decenni nel Paese. La si sa piuttosto ostile al sionismo per conservatorismo religioso. Eppure nel 1929, a Hebron come a Safed, la plebaglia araba si lancia sui quartieri ebraici per sgozzare, bruciare, mutilare, evirare e violentare i suoi abitanti in un dilagare di atroce barbarie. Al contrario dei nuovi venuti sionisti, codesti ebrei religiosi non si sono mai preoccupati di prendere la benché minima misura per assicurare la propria difesa in caso di aggressione, di modo che essi costituiscono una preda ideale per gli assassini. Ma ciò che più di tutto ci deve far pensare, è che questa furia sanguinaria si concentra su pacifici vicini di casa, estranei al conflitto nato dalla colonizzazione sionista, e il cui unico torto è di essere ebrei.

E allora, di grazia, che ci vengano risparmiate le interpretazioni passe-partout degli spiriti pigri, che pretendono di «spiegare» tutto con l'ingiustizia subita dal popolo palestinese. Ciò che si mostra qui è molto semplicemente la logica di disumanizzazione del dhimmi e il terribile castigo riservato ai «cani» sospettati di voler sfuggire al loro statuto. All'inizio del ventesimo secolo, i membri del vecchio jishuv sono diventati i compagni di sfortuna di altre minoranze non mussulmane perseguitate in Medio Oriente, come gli assiri e gli armeni, sospettati anch'essi di cercare di sottrarsi al giogo della dhimmitudine

Infine, il ruolo chiave giuocato dalla dhimmitudine nel conflitto palestinese trova una bella illustrazione nella costruzione del concetto di «popolo palestinese». Henry Laurens ha studiato l'emergere del termine «Falastin» verso il 1908-1909 e ciò che colpisce è che, se la nozione di «palestinese» ingloba tutte le successive ondate di immigrati mussulmani venuti a installarsi in Terra Santa nel XIX secolo, arabi e non (haurani dalla Siria, magrebini, circassi, bosniaci, etc.), per contro le componenti ebraiche di questa stessa popolazione palestinese in via di formazione ne vengono escluse. È il caso del vecchio jishuv e degli ebrei del mondo arabo-mussulmano (originari del Magreb, di Bukhara, dello Yemen), anche se di lingua araba. Ogni mussulmano viene di diritto integrato nella comunità palestinese, ogni ebreo palestinese ne è escluso a priori: gettato ai cani.

Che mi si intenda bene. Sarebbe assurdo voler ridurre il conflitto israelo-palestinese, di una complessità rara, a un unico elemento, quello della dhimmitudine. Ma sarebbe altrettanto illusorio cercare di afferrarne  le ragioni profonde senza tenere conto di questo fattore strutturale che fin dalle origini ha determinato - e continua a modellarla fino ai nostri giorni - la percezione araba dell'ebreo, israeliano e no. Il «rifiuto arabo» opposto al fenomeno israeliano e alla legittimità stessa di uno Stato ebraico in Palestina attraversa la storia del conflitto come un filo rosso. Ora, questo odio viscerale per Israele, il sentimento insopportabile di umiliazione che questo Stato suscita non si spiega affatto, come viene spesso affermato, con il dramma dei rifugiati palestinesi, bensì è anteriore: il 15 maggio 1948, nel momento stesso in cui gli eserciti regolari degli Stati arabi attraversavano il fiume Giordano - e, dunque, prima che vi fosse anche un solo rifugiato palestinese - il Segretario generale della Lega Araba, Azzam Pasha, già esclamava: «Questa sarà una guerra di sterminio e un massacro memorabile di cui ci si ricorderà come dei massacri dei Mongoli e dei Crociati» [16]. Né esso deriva dalla presenza israeliana in Cisgiordania e nella striscia di Gaza a partire dal 1967: si vuole forse dimenticare che è a partire dalla sua proclamazione nel 1948 che il mondo arabo nel suo complesso boicotta Israele, si rifiuta di riconoscere lo Stato ebraico, lo demonizza e giura di distruggerlo?

Indipendentemente dalle condizioni politiche che condizionano una soluzione durevole del conflitto arabo-israeliano, questa richiede in primo luogo una rivoluzione delle mentalità. L'ora di una vera pace suonerà il giorno in cui gli israeliani saranno accettati - in tutta semplicità - in qualità di vicini transfrontalieri, anche se la politica dei loro Governi può suscitare disaccordo. Come desidererei vedere contribuire a questo indispensabile cambiamento tutti coloro i quali oggi continuano a proclamare la loro simpatia per la causa palestinese!


La lettera di Nathan Weinstock segue le note.

Note:

[1] Karl Marx, "The Outbreak of the Crimean War - Moslems, Christians and Jews in the Ottoman Empire ",  in New York Daily Tribune, Nr. 4054, 15 aprile 1854. [NdT - Nell'edizione delle opere complete di Marx ed Engels, Karl Marx Friedrich Engels Gesamtausgabe (MEGA), Bd. 13, Berlin, Dietz, 1985: 150-157, l'articolo di Marx è riportato con il titolo "Declaration of War - On the History of the Eastern Question"].

[2] Marx cita, senza nominarlo, César Famin, autore di una Histoire de la rivalité et du protectorat des Eglises chrétiennes en Orient, pubblicato a Parigi nel 1853.

[3] Il testo originale, redatto in un inglese alquanto approssimativo, recita: «The Mussulmans forming about a fourth  of the whole and consisting of Turks, Arabs and Moors are of course the masters in every respect, as they are in no way affected by  the weakness of their Government at Constantinople. Nothing equals the misery and the sufferings of the Jew of Jerusalem, inhabiting the most filthy quarter of the town, called hareth -el-yahoud, in the quarter of dirt between Zion and the Moriah where their synagogues are situated - the constant object of Mussulman oppression and intolerance, insulted by the Greeks, persecuted by the Latins, and living only upon the scanty alms transmitted by their European brethren. The Jews, however are not natives, but from different and distant countries, and are only attracted to Jerusalem by the desire of inhabiting the Valley of Josephat; and to die on  the very place where the redemption is to [be] expected. 'Attending to their death', says a French author, 'they suffer and pray. Their regards turned to that Mountain of Moriah where once rose the Temple of Lebanon [Solomon], and which they dare not approach, they shed tears on [the] misfortunes of Zion, and their dispersion over the world' ».

[4] Cfr. la seconda edizione della  Guide-Indicateur des sanctuaires et lieux saints historiques de la Terre-Sainte di fra Liévin de Hamme, cit. in Guy Ducquois e Pierre Sauvage, L'invention de l'antisémitisme racial. L'implication des catholiques français et belges (1850-2000), Louvain-la-Neuve, Ed. Academia-Bruylant, 2000, p. 264.

[A] [Nota del traduttore inglese Colin Meade - Secondo quanto riporta David Vital: "L'affare di Damasco [...] ebbe origine dalla scomparsa nel febbraio del 1840 di padre Tommaso, superiore del convento dei cappuccini a Damasco, e dalla diffusione di voci riguardanti il suo assassinio per mano di ebrei del luogo", che furono accusati di volere il suo sangue per motivi rituali. [False] Confessioni vennero estratte dagli ebrei per mezzo della tortura e "molti sfortunati morirono sotto processo". Questo caso divenne l'oggetto di una vasta campagna a difesa [degli ebrei] in Europa occidentale. Vedi David Vital, A People Apart: a Political History of the Jews of Europe 1789-1939, Oxford, Oxford University Press, 2001, pp. 232-24].

[5] Cfr. Henry Laurens, La Question de Palestine, vol. 1, Paris, Fayard, 1999, p. 59.

[6] Sulla condizione di dhimmi (dhimmitudine), cfr. l'opera di Bat Ye'or, Juifs et Chrétiens sous l'Islam, Paris, Berg International,  1994. (www.dhimmitude.org)

[7] Cfr. Albert Memmi, Portrait du colonisé précédé de Portrait du colonisateur, Paris, Gallimard, 2002.

[8] Questo commento contiene una buona dose di autocritica: non avendo saputo evitare la trappola, ho commesso in molti miei scritti il torto di diffondere codeste visioni riduttive.

[9] Terminologia in realtà ingannevole: non tutti gli abitanti non ebrei della Palestina sono arabi (pensiamo ai circassi o ai bosniaci) e la popolazione ebraica consiste in buona parte di ebrei di lingua araba originari del Magreb o dello Yemen. 

[10] Con questo termine si suole indicare le comunità ebraiche stabilitesi a Eretz-Israel (Terra Santa).

[11] Henry Laurens, op.cit., p. 231.

[12]  Ibid., p. 565.

[13]  Conviene qui ricordare che a partire dalla metà del XIX secolo - ben prima della prima ondata di immigrazione sionista - la popolazione di Gerusalemme era a maggioranza ebraica.

[14] In arabo "Yahoud kalabna".

[15] Henry Laurens, op.cit., p. 589.

[16] Cfr. Al-Ahram e New York Times, 16 marzo 1948 (cit. in Rony E. Gabbay, A Political History of the Arab-Jewish Conflict, Ginevra, 1959, p. 88).

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III. Lettera di Nathan Weinstock alla Metula News Agency
4 settembre 2002

L'originale francese della lettera è sul sito della Metula News Agency
http://www.menapress.com/viewtopic.php?topic=79&forum=15

È archiviata alla pagina
http://emperors-clothes.com/weinstock/weinstock-letter.htm

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Alla redazione,

Oggetto: il vostro articolo intitolato "Yasser Arafat: Un Juste des Nations?" [Yasser Arafat: un Giusto delle Nazioni?] [B]

Un amico mi ha inviato l'articolo sopra citato che voi avete diffuso il 28 agosto [2002].

Se citate correttamente D. Bensaïd e M. Warshawsky [C] - e, ahimé, non ho alcuna ragione per dubitarne - ció non fa che confermare che, nella sua deriva "anti-imperialista", l'estrema sinistra ha abbandonato non solo il marxismo, ma qualsivoglia forma di critica razionale.

Poiché mi citate en passant, credo di dover precisare che io mi dissocio formalmente ed esplicitamente da tutte codeste pseudo-analisi che tendono, direttamente o indirettamente, a giustificare (chiamiamo le cose con il loro nome) la liquidazione di Israele, accettando, in maniera implicita e "accessoria", quella degli israeliani stessi.

Questa è la ragione per la quale io ho vietato al mio editore di ripubblicare Le Sionisme contre Israël. Aggiungerò che, benché io avessi creduto ingenuamente - un errore di gioventù - che questo libro potesse dar vita a un dibattito costruttivo che conducesse a una coesistenza israelo-palestinese, ho dovuto constatare di avere dato prova di una imperdonabile ingenuità: quest'opera è servita a null'altro che ad alimentare la buona coscienza degli antisemiti, confessi o inconsapevoli. 

Infine, il tempo non si è fermato nel 1969, e io non sono rimasto immobile come una statua di sale. Da allora ho pubblicato un certo numero di cose di diverso interesse, tra le quali mi permetto di segnalare unicamente la traduzione del diario tenuto nel ghetto di Varsavia da Hillel Seidman, archivista della kehilla (Du fond de l'abime, Edizioni Plon, Collana "Terre Humaine"). 

Cordiali saluti,

Nathan Weinstock

[Note della traduttrice:]

[B] Weinstock si riferisce all'articolo di Gérard Hubert, "Yasser Arafat: Un Juste parmi les nations!", Metula News Agency, 28 agosto 2002. Cfr. http://www.guysen.com/mena.php?sid=327

[C] Daniel Bensaïd, uno dei principali intellettuali francesi, dirigente della Ligue Communiste Révolutionnaire, è professore di filosofia all'università di Paris-VIII (St-Denis); il riferimento è al suo articolo "Solidarité internationaliste contre escalade communautaire", che riproduce il testo di un intervento tenuto nel 2002 alla conferenza della sezione svizzera di attac e di altre organizzazioni contro la globalizzazione che si tiene annualmente a Zurigo, cfr. http://www.otherdavos.net/PDF/DB.pdf
L'articolo di Bensaïd è archiviato alla pagina
http://www.tenc.net/weinstock/DB.pdf

Michel Warschawsky è un giornalista israeliano, direttore dell'Alternative Information Center di Gerusalemme; il riferimento è al suo articolo intitolato "Massacre ou Proche-Orient. Dos à dos?", pubblicato su Rouge, il giornale della Ligue Communiste Révolutionnaire, il 1° agosto 2002, cfr. http://perso.wanadoo.fr/d-d.natanson/warschawski.htm
 

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